mercoledì 28 novembre 2012

Il Natale ha origini pagane (parte 2)



Perché mai il pan dolce? L'usanza di consumare quest’alimento nei periodi solstiziali potrebbe risalire agli antichi Romani, perché Plinio il Vecchio, riferisce che alla festa del Natalis Solis Invicti si confezionavano le sacre e antiche frittelle natalizie di farinata. Con l'avvento del cristianesimo si modificò l'interpretazione riferendosi alle parole di Gesù: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete; io sono il pane della vita”. Il Pane della Vita s'incarnò proprio a Betlemme, che nell'ebraico Bet Lehem significava Casa del Pane, nome dovuto probabilmente al fatto, che proprio in quella cittadina vi era un immenso granaio, essendo circondata da campi di frumento.



Quanto al ceppo, non è il solo simbolo arboreo natalizio: lo è anche l'abete che fin dall'epoca arcaica tu considerato un albero cosmico, che si erge al centro dell'universo e lo nutre. Fu facile ai cristiani del nord assumerlo come simbolo del Cristo. Nei paesi latini l'usanza si diffuse molto tardi, a partire dal 1840, quando la principessa Elena di Maclenburg, che aveva sposato il duca di Orléans, figlio di Luigi Filippo, lo introdusse alle Tuileries, suscitando la sorpresa generale della corte. Persino i suoi addobbi sono stati interpretati cristianamente: i lumini simboleggiano la Luce che Gesù dispensa all'umanità, i frutti dorati insieme con i regalini e i dolciumi appesi ai suoi rami o raccolti ai suoi piedi, sono rispettivamente il simbolo della Vita spirituale e dell'Amore che Egli ci offre.

Anche l'usanza della tombola, nel pomeriggio del Natale, ha una derivazione pagana: durante i Saturnali, che precedevano il solstizio e sui quali regnava Saturno, il mitico dio dell'Età dell'Oro, si permetteva eccezionalmente il gioco d'azzardo, proibito nel resto dell'anno: esso era in stretta connessione con la funzione rinnovatrice di Saturno, il quale distribuiva le sorti agli uomini per il nuovo anno; sicché la fortuna del giocatore, non era dovuta al caso, ma al volere della divinità.

Nella Roma antica, in occasione dell'inizio dell'anno, si usava anche donare delle strenae che arcaicamente erano rametti di una pianta propizia, che si staccavano da un boschetto sulla via Sacra, consacrato a una dea di origine sabina, Strenia, apportatrice di fortuna e felicità. Poi a poco a poco si chiamarono strenae anche doni di vario genere, come succede ancora oggi.

É invece soltanto cristiana l'usanza del Presepe. Il primo, vivente, con il bue e l'asino nella mangiatoia, risale al 1223 a Greccio, un paese vicino a Rieti: lo ideò san Francesco d'Assisi ispirandosi a una tradizione liturgica sorta nel secolo IX, quando in molti Paesi europei, si formarono dall'ufficio quotidiano delle ore, i cosiddetti uffici drammatici a rievocare le principali scene evangeliche con brevi dialoghi. Successivamente quei primi esperimenti si ampliarono in strutture più vaste e complesse, sicché il tema della Natività, ispirò nel monastero di Benedikburen un vero e proprio dramma, al cui centro campeggiava quella del presepe.

Ispirandosi a quelle sacre rappresentazioni, Francesco volle rievocare la scena della Natività, con un bue e un asino in carne ed ossa. “L'uomo di Dio”, scrisse san Bonaventura da Bagnoregio, “stava davanti alla mangiatoia, ricolmo di pietà, cosparso di lacrime, traboccante di gioia”. Ancora oggi a Greccio, si celebra il presepe vivente da cui sono derivati quelli inanimati. La mangiatoia era vuota ma il cavaliere Giovanni di Greccio, molto legato a Francesco, affermò di avere veduto un bellissimo fanciullino addormentato, che il beato Francesco, stringendolo con entrambe le braccia, sembrava destare dal sonno.

Alfredo Cattabiani

Tratto da Avvenire del 2 marzo 2003

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